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“Due partite” è l’eterna ricerca della felicità

"Uno spettacolo che racconta la ricerca della felicità dal delicato sguardo femminile ma che parla della persona al di là del genere"

“Due partite”

Un’opera corale che parla apparentemente della condizione esistenziale femminile ma che, a ben guardare tra le righe, racconta molto di più: ci mostra l’eterna ricerca della felicità della persona al di là del suo sesso, al di là del tempo e delle stagioni della vita. L’esordio drammaturgico di Cristina Comencini andato in scena al Teatro Le Muse di Ancona a primo acchito strappa svariate risate ma, man mano che le protagoniste iniziano a scavare, lo spettatore non può esentarsi dal ritrovare nel palco una superfice riflettente che riflette le paure e le ansie, i timori, le gioie e le speranze nei confronti delle piccole grandi sfide della vita: sentimenti declinati dall’unicità delle personalità così ben rappresentate sul palco ma che raccontano le tempeste emotive che sono comuni ad ogni essere umano.

La scena parte con un piano girevole ed una porta che si schiude sulle quattro attrici (Paola Minaccioni, Tatiana Lepore, Caterina Guzzanti e Giulia Michelini) che, nel primo atto sono mogli e (quasi tutte) madri, che si ritrovano insieme ogni giovedì, negli anni Sessanta per la consueta (e liberatoria) partita a carte.

Un incontro catartico, un porto Franco dove scaricare le delusioni e fare rifornimento di speranze per il proseguo del viaggio. Nonostante la conoscenza profonda delle quattro protagoniste esiste un gioco di ruoli e di maschere che si sciolgono lentamente con il passare dei minuti: fulcro della questione è Giulia Michelini, la più giovane delle quattro, apparentemente la più leggera e ancora disillusa, in dolce attesa della sua prima figlia. Le ruotano attorno una splendida e cinica Caterina Guzzanti, sposatasi controvoglia a causa di una maternità imprevista quanto non voluta e da poco lasciata dal suo amante; le fa da contro altare, Paola Minaccioni, tre volte madre e dedita a tenere in piedi un mosaico di illusioni che la raffigura come madre e moglie devota, così devota da voler ignorare i continui tradimenti del marito, ed infine Tatiana Lepore, casalinga che ha sacrificato le sue speranze di una carriera da pianista sull’altare del lavoro del marito. Il botta e risposta prosegue serrato per più di un’ora: nessuna è solamente chi dice di essere; le maschere cadono, i fantasmi dei genitori fanno capolino nelle loro vite fino al parto inaspettato di Giulia Michelini. Il primo atto si chiude con la vita.

Il secondo, chiudendo un metaforico cerchio, si apre con la morte; il palco si gira: le quattro protagoniste ora vestono i panni delle rispettive quattro figlie. Siamo al funerale di Beatrice: le amiche si ritrovano, si riabbracciano ed iniziano a scavare nuovamente nelle loro esistenze, come prima di loro facevano le loro madri. Scopriranno che a distanza di anni, le muove lo stesso spartito: le stesse paure, le stesse disillusioni e la stessa feroce ricerca di un equilibrio. Non solo sole: sono con loro i fantasmi delle madri che le hanno precedute. Il gioco di ruoli non cambia, qualcuna per antitesi, altre in modo speculare hanno preso in vano il testimone lasciato da chi c’era prima di loro.
Uno spettacolo da vedere, forse uno dei più belli della stagione dorica 2016/17, che racconta la ricerca della felicità dal delicato sguardo femminile ma che parla della persona al di là del genere: pièce come questa lasciano nel pubblico presente un seme che germoglierà poi portando con sé frutti fatti di domande e forse di inquietudini.

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