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PD, “la Buona Politica”: appuntamento ad Ancona con l’on. Baretta

PDSi terrà al Conero Break di Ancona venerdì 26 ottobre alle ore 21, presso l’Hotel City di Ancona in corso matteotti 112 il “secondo tempo” de “la Buona Politica” il progetto del PD della provincia di Ancona voluto dal Segretario provinciale Emanuele Lodolini e realizzato in collaborazione con l’arch. Emilio D’Alessio ed il prof. Carlo Carboni. Il “primo tempo” si è svolto lo scorso luglio ad Arcevia. Ad Ancona interverrà l’on. Pierpaolo Baretta, capogruppo Pd Commissione Bilancio.


Due i filoni di discussione: il primo riguarda la scelta sul modello di sviluppo, il ruolo della cultura e dell’ambiente nella nostra economia, le prospettive infrastrutturali. Il secondo considera invece il modello di governo del territorio, anche in vista della prossima riorganizzazione delle competenze provinciali. “Siamo chiamati – commenta il Segretario Provinciale Emanuele Lodolini alla vigilia dell’incontro di Ancona del 12 ottobre – ad avere la testa nel futuro e i piedi dentro la crisi. Per far questo occorre ragionare su un nuovo modello di sviluppo, che ci consenta, altresì, di evitare il rischio, insito nella crisi economica e reso ancor più grave dall’indebolimento del sistema delle autonomie locali, di consolidare diseguaglianze anche nel nostro territorio”.

Molto ricco di contenuti e spunti il documento programmatico predisposto dal Pd provinciale ed oggetto di confronto con le forze sociali ed economiche della provincia di Ancona, secondo una modalità di confronto e ascolto che il Pd, in provincia di Ancona, porta avanti dal 2008. Molte delle questioni che sono al centro del programma nazionale del PD, come il lavoro, dipendono da quanto il governo centrale fa o farà a proposito di riequilibrio dei carichi fiscali, che oggi iniquamente penalizzano il mondo produttivo e del lavoro a favore di rendite mobiliari e immobiliari. Anche il futuro del welfare dipende largamente dalla capacità di ripensare la distribuzione dei pesi fiscal e la lotta all’evasione e alla corruzione. Tuttavia, i territori sono chiamati a concorrere alla ripresa della crescita e dello sviluppo nel paese. Un modello di sviluppo che non muore, ma si trasforma. Tra le grandi problematiche regionali, forse la più discussa e preoccupante, in tempi di crisi, è il modello di sviluppo economico del nostro territorio, perché per la prima volta, dal dopoguerra, il nostro motore industriale ha dovuto accusare pesanti collassi nella crescita, con due recessioni a breve distanza. La crisi sta colpendo duro i distretti tradizionali, fatta eccezione parziale o totale di quelle imprese che hanno internazionalizzato i canali di sbocco dei loro prodotti di qualità. Alcuni dei tradizionali distretti sopravvivono grazie a medie o medio grandi aziende che negli anni sono spuntate come fusti nel sottobosco di piccole imprese.

Pesa meno la crisi nei post-distretti plurisettoriali. Più concretamente, dobbiamo pensare al nostro artigianato alle nostre imprese manifatturiere aiutarle a crescere e cooperare, svincolarle da oneri burocratici (economie esterne), dall’asfissia creditizia. Non solo, ma oggi di fronte all’economia balla una rivoluzione tecnologica che cova sotto le ceneri raffreddate dalla crisi. Si tratta gradualmente di gestire un riposizionamento imprenditoriale provinciale verso un modello innovativo, supportato da reti di imprese e da governance territoriale di tutti i protagonisti dei territori. Si tratta perciò d’industrializzare e finanziarizzare il sapere codificato e generativo, di accrescere il valore aggiunto del territorio, di ripensare al welfare in chiave tecnologica e culturale e poi alla green economy che sta tappezzando di pannelli il nostro paesaggio, ai grandi corridoi europei che ci ignorano. Ecco perché ci vuole più governance, più partecipazione dei protagonisti, più forza alla condivisione per ricostruire i telai del governo multilivello territoriale. E’ con questo spirito che dobbiamo raccogliere e far nostra la sfida dell’Europa delle Regioni e delle Macroregioni, tra le quali quella Adriaico-Ionica ha sede nel capoluogo provinciale e regionale.

L’incertezza che ha fino ad ora regnato riguardo la soppressione delle province, la drastica riduzione ai trasferimenti statali agli enti locali, la necessità di razionalizzare ed economizzare il loro operato in tempi di bilanci pubblici sotto attacco, il collasso di fatto registrato dal federalismo con governo il Berlusconi-Bossi, la crescente centralità decisionale della UE, le spinte all’internazionalizzazione non solo delle nostre merci, ma anche degli uomini, dei nostri territori, delle nostre università ci devono indurre a riaprire con ampio spettro la questione istituzionale del governo multilivello e del federalismo, ma anche delle alleanze strategiche con istituzioni territoriali limitrofe, regionali ed extraregionali. Sta perdendo identità il modello di sviluppo che aveva fatto negli anni Ottanta del corridoio adriatico un’importante direttrice dell’industrializzazione del paese, di cui il nostro territorio è stato motore integrante. Da un decennio è subentrato un accentuato declino dei numeri dei territori adriatici fino alle due sconfortanti recessioni dovute a una crisi senza precedenti. Al declino economico si associa l’esaurimento della spinta degli enti locali e regionali per lo sviluppo e per i servizi, vista l’attuale situazione finanziaria delle nostre istituzioni locali, il ché pesa anche sulla qualità della vita (se si pensa alla decrescita inevitabile della manutenzione dei beni comuni).

La nostra provincia deve contribuire a un rilancio di una narrazione comune adriatica, basata su crescita e qualità della vita, su imprenditori e buoni amministratori, un modello sostenibile di sviluppo. L’asse adriatico rischia oggi una nuova periferizzazione, se verrà ridotto a un moncone fino a Ravenna (da Helsinki), se l’alta velocità ignorasse il medio e il sud adriatico e le sue potenzialità verso i balcani, verso la vera porta ad Oriente, Istanbul, e la Turchia, primo partner commerciale nel Mediterraneo. Per Ancona e il suo territorio la partita delle infrastrutture, a cominciare da porto e aeroporto, è decisiva. Per questo occorre rafforzare quella rete d’istituzioni, forum, associazioni regionali, macroregionali che in grado di rimettere al centro del corridoio adriatico strategie comuni su economia, istituzioni, infrastrutture ed energia, sulle quali le alleanze territoriali sono decisive, soprattutto in chiave europea. Economia, istituzioni, infrastrutture, energia: quattro assi concreti su cui ricostruire l’identità adriatica, assi su cui prospettare una “riscossa” di questi territori, provincia di Ancona in testa. 

Per avviare questo cambiamento, tuttavia, dobbiamo attivare i nostri giovani e far leva sul sapere delle nostre città, due pre-condizioni imprescindibili di dinamismo. La situazione è particolarmente allarmante su entrambi i fronti. I nostri giovani sono fulminati da tassi di disoccupazione, in particolare intellettuale, da una forte caduta del tasso di imprenditività e da una flessione consistente di ricchezza media che, in effetti, solo l’ammortizzatore sociale delle famiglie riesce ad attutire, seppur a caro prezzo. La laurea di frequente non è più l’ascensore sociale di un tempo che proiettava positivamente l’ascesa delle nuove generazioni. Il rischio incombente è la crescita dei cosiddetti Neet, giovani che non studiano né lavorano. Del resto, non c’è sviluppo senza il coinvolgimento dei nostri giovani: per questo motivo, il riposizionamento di nuova imprenditorialità – lungo i fronti dell’”economia a colori” (green economy, economia culturale, turismo, blu economy) e della tecnologia – è fondamentale per l’iniziativa e il lavoro brain power dei nostri giovani. Fondamentale ci sembra il sostegno al canale dell’apprendistato (compreso quello ad alto contenuto professionale), ma anche quello accordato a nuova imprenditorialità giovanile. Dobbiamo cercare lavoro anche nel nostro futuro e, da subito, far costare di più il lavoro precario rispetto a quello a tempo indeterminato.

Trasformazioni e innovazione nelle città. Anche le città, con la modernizzazione del nostro territorio, sono tornate a svilupparsi, dando vita a conglomerati diffusi, ben oltre l’antica urbs e la vecchia civitas. Il governo delle città, che ha mostrato cadute di efficienza anche per i tagli dei trasferimenti statali ai bilanci comunali, va ripensato a scala sovra comunale, a partire dai grandi temi dell’urbanizzazione, dell’ambiente, delle infrastrutture e della mobilità. E’ importante prestare maggior attenzione alle città, non solo perché fino a ora non ne abbiamo accordata a sufficienza con politiche specifiche, ma anche perché, in questa fase di transizione al XXI secolo, le città possono avere un ruolo cardine nel governo delle reti e del terziario ad alto valore cognitivo, tecnico e generativo. In breve, possono aiutare con servizi le nostre imprese manifatturiere e l’economia territoriale, essere nodi d’internazionalizzazione del territorio, culla d’imprenditorialità culturale, di qualità e del divertimento: in breve sono cancelli – milieu innovateur d’infrastrutture materiali e immateriali – aperti all’interazione informativa, commerciale e culturale a livello sovra regionale. Quattro priorità su cui è urgente intervenire con una precisa programmazione intersettoriale di provvedimenti e polizie, anche in vista della riprogrammazione dei POR regionali 2014-2020 e dei progetti europei possibili attraverso il processo di riconoscimento della Macroregione adriatico-ionica.

da Partito Democratico

Redazione Ancona Notizie
Pubblicato Mercoledì 10 ottobre, 2012 
alle ore 14:47
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